Green Day Torino, 12 novembre 2009


(Riporto qui una piccola recensione che avevo scritto sul mio precedente blog, la cui piattaforma di hosting non funziona più)

TORINOOOOOOOOOOOOOOOOO

Green Day  @ Palaolimpico Torino, 12 novembre 2009

Avendo puntato più sull’ultima data europea (appunto, Torino), non sono andato a Bologna, perdendomi Coming Clean e Going to Pasalacqua… Va beh, sarà per il prossimo tour.

Per quanto riguarda invece Torino, dopo un po’ di tribolazioni e strade sbagliate, riusciamo a  trovare il Palaolimpico, e parcheggiamo proprio a due passi. Segue coda di rito, con una povera ragazza non molto alta davanti a noi che stava per rimanere soffocata: io a Milano, in coda, avevo gente tutta più alta di me e non vedevo niente.

Dunque, alle 18.30 aprono i cancelli, entriamo, alcuni devono togliere la cintura con le borchie (non so come abbiano fatto a tener su i pantaloni dopo) e lasciamo lo zaino: qui il guardaroba è molto meglio organizzato che a Milano e dopo il concerto non si perderà tempo.

Ore 19.30 è il turno del gruppo spalla, i Prima Donna, con degli ospiti sul palco… escono insieme a loro, infatti, vari personaggi travestiti nei modi più improbabili che li “disturbano” in ogni modo: li lavano, gli lanciano la carta igienica (in quantità industriale)… ma chi saranno mai? E’ presto detto (e non ci vuole molto a intuirlo) sono i Green Day già on stage: Tré in versione pseudo-Ray Mysterio con maschera, canotta e gonnellino hawaiano (!!!!), Mike in giacca, cravatta, parruccone riccio e occhiali alla Paris Hilton, BJ casual con maschera rossa che sembra un po’ quella di V per Vendetta, Jason on versione cowboy e gli altri membri della crew che sebbene non siano travestiti fanno comunque sentire la loro presenza. I Prima Donna ringraziano il pubblico, i GD presenti, salutano e se ne vanno, ma non definitivamente… torneranno in scena durante King for a day.

Breve pausa, ovazione per il coniglio rosa che si scola la birra alla goccia e si aggira ubriaco aizzando la folla ed arriva l’ora dell’ultima data europea del 2009 prima del tour in Australia e Giappone, i GD entrano in scena su Song of the century e iniziano con 21st century breakdown, continuando con Know your enemy: ma a questo punto c’è un colpo di scena. BJ, forse notando che il pubblico è un po’ più freddino di Milano, SALE NEL PRIMO ANELLO e si fa tutte le scale, mandando al settimo cielo i fan presenti in quel settore, che lo abbracciano calorosamente, e dando qualche grattacapo alla security.

BJ poi scrive su un pannello della scenografia con una bomboletta “I love Italy”… non è mica da tutti i giorni! Speriamo che dopo il tour mondiale e le uscite negli stadi di Manchester, Wembley e Parigi a giugno, facciano una capatina anche qui…

A situazione ristabilita, si procede con East Jesus nowhere e BJ prende dal pubblico una bella ragazza fornita di cerchietto da diavoletta… che poi indosserà lui con un’espressione tra il pensoso e l’imbufalito. Si procede con Holiday  (who want to start a fuckin’ waaaaaaaaaaaaaaaar?!?!?!??!), The static age (con gran pezzo di sax), Give me novacaine (con le fiamme, sempre molto apprezzata), Are we the waiting, St. Jimmy, Boulevard of broken dreams e poi sorpresa: primo cambiamento, Murder City, traccia 11 dell’ultimo album… canzone gradita anche se dell’ultimo album io avrei scelto altro… vedi alla voce viva la Gloria ma sopratutto Horseshoes and Handgrenades, che mi sa che dovremo aspettare non so quanto per sentirla… sempre se la sentiremo.

Dopo Hitchin’ a ride, i GD proseguono dunque con i cambiamenti: stavolta grande scelta con Maria (direttamente dall’International Superhits) e Dominated love slave, in cui Tré suona la Blue e BJ va invece alla batteria scatenandosi come un bambino! E’ stata una scena molto divertente! E poi, quando ricapita di vedere Tré alla chitarra? Per altro non se l’è cavata neanche male. La scelta di andare a Torino al posto che Bologna sembra ripagare.
Arriva il momento della parentesi grandi classici: When I come around, (stavolta niente Welcome to Paradise, ma tanto noi l’abbiamo già sentita a Milano) Highway to Hell/Brain stew, Jaded, Longview, Basket case e She. Da segnalare, durante Longview, una ragazza, tirata su dal pubblico per cantare, da gli occhiali da vista a BJ e lui li appoggia sulla pedana della batteria… a fine esecuzione la ragazza si aggira smarrita per il palco (molto ma molto smarrita, sembrava non capisse più niente…) per il palco e BJ le ridà gli occhiali poi costringendola al solito stage dive.

Come canonica scaletta i GD vanno avanti con King for a day (per descrizione particolareggiata vi rimando al commento di Milano), la serie di cover Shout /Satisfaction/Hey Jude  a cui si aggiunge Break on Through (to the other side) dei Doors. Chitarra acustica ed è il momento di 21 guns e poi vediamo live American Eulogy, in una versione che a momenti fa crollare il palazzetto.
Pausa. E Minority? Calma… al rientro sul palco arrivano puntualissimi American Idiot e Jesus of Suburbia per poi concludere l’encore 1 con la suddetta Minority.

E così giunto anche il set acustico finale, con l’esecuzione di Last night on earth, Wake me up when september ends e Good riddance.

Fine delle trasmissioni… e appuntamento alla prossima, si spera il più presto possibile!!!

 

SCALETTA

  1. 21st century breakdown
  2. Know your enemy
  3. East Jesus nowhere
  4. Holiday
  5. The static age
  6. Give me novacaine
  7. Are we the waiting
  8. Jimmy
  9. Boulevard of broken dreams
  10. Murder city

Eine kleine Nachtmusik

  1. Hitchin’ a ride
  2. Maria
  3. Dominated love slave (Trè alla chitarra e Bj alla batteria)
  4. When I come around
  5. Highway to hell/Brain stew
  6. Jaded
  7. Longview
  8. Basket case
  9. She
  10. King for a day
  11. Shout /Satisfaction/Hey Jude
  12. 21 guns
  13. American Eulogy

Encore 1

  1. American Idiot
  2. Jesus of Suburbia
  3. Minority

Encore 2

  1. Last night on earth
  2. Wake me up when september ends
  3. Good riddance

(qui una delle foto che ho scattato, © Paolo Gianfrate)

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Green Day gallery, Milano + Trieste


Ecco a voi una piccolissima sintesi fotografica dei concerti dei Green Day di Milano e Trieste, di cui, vi ricordo, potete leggere le recensioni qui (Milano) e qui (Trieste). Ho scattato tutte le foto con una piccola compatta ma spero che vi piacciano lo stesso nonostante la qualità non eccelsa. A Trieste ho anche filmato due canzoni con un audio piuttosto decente, le trovate alla fine della gallery.. ENJOY!

[gallery di Bologna qui!]

Recensione “¡Tré!”, Green Day


Dopo ¡Uno! e ¡Dos!, ecco la terza e ultima parte della trilogia greenday-ana del 2012: ¡Tré!”. Per le introduzioni del caso, vi rimando alle recensioni relative che ho scritto precedentemente: cliccate su ¡Uno! e ¡Dos! per leggere, commentare, criticare o apprezzare. Iniziamo dunque con la classica track-list:

  1. Brutal Love
  2. Missing You
  3. 8th Avenue Serenade
  4. Drama Queen
  5. X-Kid
  6. Sex, Drugs & Violence
  7. Little Boy Named Train
  8. Amanda
  9. Walk Away
  10. Dirty Rotten Bastards
  11. 99 Revolutions
  12. The Forgotten

Il cd inizia in modo atipico: il primo brano è un lento! Scelta piuttosto anomala per cominciare l’ascolto. Brutal Love è dunque una ballata molto simile a The great pretender con qualche accenno a sonorità natalizie che non è che mi esaltino molto. Capisco il periodo festivo, ma la cosa ha lasciato abbastanza basito. Meglio Missing You anche se sembra uscita direttamente da Warning, soprattutto all’inizio. Il testo che recita “I searched the moon/I lost my head/I even looked under the bed/I punched the walls/I hit the street/I’m down in the pavement lookin’. Riuscito il riferimento a quando si è perso qualcosa o qualcuno: buon ritmo, che dopo l’inspiegabile ballata d’esordio non può che starci bene.

E’ il momento di 8th Avenue Serenade, in cui BJ non mi sembra molto ispirato con i testi. Discorso che vale anche per Drama Queen, che non mi convince molto, anzi… tutto orecchiabile, ma, da fan, dico che i GD ci hanno abituato a qualcosa di meglio! Diciamo che questi primi brani mi hanno lasciato un pò così.

Si comincia a migliorare con X-Kid e Sex e Drugs & Violence. Quest’ultima veloce e emergica, con un ottimo ritornello che rimane in mente: canta anche Mike, anche se solo per due versi. Se lo volete sentire per bene ascoltate American Eulogy, direttamente da 21st Century Breakdown (che gran concerti che fanno i GD in Giappone! Sogno nel cassetto…). Little Boy Named Train invece è un pò troppo simile a Carpe diem di Uno!. Seguono Amanda e Walk Away, anch’esse orecchiabili ma niente più.

Ed ecco qui svelato il motivo della mia recensione non molto convinta.. Eh sì, perché a  questo punto arrivano i due pezzi migliori dell’album, che mi ricordano molto bene cosa i Green Day sanno fare: intendo Dirty Rotten Bastards e 99 Revolutions. Il primo, della durata di 6.26, inizia come fosse un inno militare e tale aspetto mi ricorda la fantastica Horseshoes and Handgrenades (la faranno mai dal vivo?),  mentre la durata non può che essere ispirata alla gloriosa Jesus of Suburbia (una delle migliori canzoni che i Green Day abbiano mai fatto) grazie ai suoi cambiamenti di ritmo e al gran lavoro sia di basso che di batteria. Testo molto ispirato “We’re too old till we misbehave/We sold our souls and somehow shamed ourselves/So we wait for this/judgment day/Write me a letter and send it to my grave”.  Piccola nota negativa: in qualche passaggio assomiglia a Shoplifter.

La seconda invece l’avevo già vista in un video sempre di un concerto nipponico e in un altro inglese (che scaletta, all’ O2 Shepherd’s Bush Empire, London, England) e sapevo già cosa mi aspettava. Canzone dedicata al movimento degli indignados e Occupy Wall Street  (strofa 1 There’s a trouble in the air A rumble in the streets/A going out of business sale/And a race to bankruptcy, strofa 2 There’s a rat in the company
A bill on easy street/How the fuck did the working staff/ Become so obsolete?). Anche qui i GD dimostrano che non si sono dimenticati di saper suonare e comporre qualcosa di rock. Conclude la trilogia The Forgotten, di cui ho già parlato all’inizio della recensione di Dos, a cui vi rimando.

Ebbene, eccoci arrivati alla fine dei tre ascolti, con BJ ancora in rehab e nessuna notizia su salute, date nuove etc., se non la conferma di quelle europee da giugno in poi, sperando che tutto si sistemi. E allora, cosa concludere di questa trilogia di ben 38 brani, 3 album, e un documentario in arrivo (la versione già trasmessa da VH1 la trovate qui, mentre nel 2013 uscirà la versione completa) dal nome ¡Quatro! (si lo so, non è molto fantasioso)?

Le intenzioni erano molto chiare sin dall’inizio: niente di impegnato, ma un ritorno alle origini con brani leggeri e orecchiabili. Sicuramente questo è stato fatto e non ci si puà lamentare del contrario. Della trilogia ho apprezzato lo stile variegato e il fatto che ogni disco fosse diverso dall’altro, per esempio “DOS” secondo me è il più riuscito. Il mio unico grande e unico dubbio però è il seguente: non bastava un solo album, con una selezione di una quindicina di brani, magari arrangiati meglio, per ottenere lo stesso se non migliore risultato? Con una selezione migliore dei brani, si sarebbe evitato l’effetto somiglianza e il globale ne avrebbe beneficiato. Detto ciò, rimango sempre un fan dei Green Day e spero che presto tornino a calcare i migliori palchi del mondo come sanno benissimo fare.

Recensione “¡Dos!”, Green Day


Come anticipato nella recensione di ¡Uno!, (a cui vi rimando per tutte le informazioni sull’attesa dell’album, relative voci e anteprime che hanno preceduto l’uscita ufficiale), eccomi a recensire ¡Dos!, secondo disco della trilogia dei Green Day.

Doveroso riferimento alle ultime (pessime, per i fans e non solo) news: saprete benissimo che Billie Joe è in rehab non si sa bene per quali motivi precisi (pare, e dico pare, per smettere con alcol e imprecisate droghe varie) e di conseguenza tutte le date del tour fissate per il 2012 sono state cancellate, nonché posticipate tutte quelle del 2013 (fonte qui, sito Green Day, “Press release” del 29 ottobre). Come si suol dire, GET WELL SOON BJ!!!  Tutti i fan aspettano con impazienza buone nuove sulla tua salute e magari anche qualche ufficializzazione delle date! 😉

Intanto, qualche giorno fa è uscita “The forgotten”, che fa parte della colonna sonora dell’ultimo (si spera) capitolo cinematografico della saga di Twilight. Una ballatona romantica con tanto di piano e archi, che fa un pò Always di Bon Jovi, mista a “Last Night On Earth” e “When it’s time“: carina ma piuttosto commerciale, diciamo. Sono sicuro che live sarà tutta un’altra cosa. Sperando che venga suonata (dubito fortemente) intanto consoliamoci con l’ascolto su youtube e, più avanti, nelle tracce di ¡Tré!.

Ma passiamo ora al cd vero e proprio: ¡Dos! presenta 40 minuti di musica (come Uno!, e penso varrà lo stesso minutaggio, più o meno, anche per ¡Tré!) con la seguente track-list:

  1. See You Tonight
  2. Fuck Time
  3. Stop When The Red Lights Flash
  4. Lazy Bones
  5. Wild One
  6. Makeout Party
  7. Stray Heart
  8. Ashley
  9. Baby Eyes
  10. Lady Cobra
  11. Nightlife
  12. Wow! That’s Loud
  13. Amy

Ad un primo veloce ascolto, dico subito che mi sembra più valido di ¡Uno!, ma procediamo con ordine. Come è mio solito, cercherò di commentare brevemente ogni canzone per poi dare un giudizio complessivo al lavoro. Come tutta la trilogia, anche qui ci sono solo canzoni singole senza personaggi né particolari, quindi niente storia come l’idiota americano o 21st. Si inizia con See You Tonight, che considererei più un’intro che una vera e propria canzone: dura appena 1.07 e mi richiama alla mente la chitarra di Song of the century. In effetti il brano ha la stessa funzione introduttiva, lasciando subito spazio alla ben riuscita Fuck Time, che sembra anticipare il resto del mood del disco: brevi canzoni dal ritmo incalzante, un pò più elaborate del precedente lavoro, con uno stile vagamente e/o palesemente retrò, richiami all side-project Foxboro Hot Tubs nonché molti altri richiami, accordi e intermezzi che tributano classici del passato. Se ¡Uno! può essere considerato come un richiamo di Dookie, ¡Dos!, secondo me, richiama lo stile di Nimrod, impreziosito dagli elementi di cui sopra, e la cosa non può che essere gradita al sottoscritto.

Continuando l’ascolto, e come i GD avevano annunciato (“Dos sarà la musica che si vorrebbe ascoltare durante un party!”) Stop When The Red Lights Flash, insieme a Fuck Time, sembra dedicata alla ragazza più bella presente alla festa, che il protagonista di turno vuole conquistare. I testi sono abbastanza espliciti, l’una recita Take a look into my eyes/I want to hold you ‘till you’re paralysed e l’altra, con qualche dubbio sui metodi di conquista, recita “Stop when the red lights flash/I’ll trade you blood for dirty cash“.

Segue un altro ottimo brano come i GD ci hanno abituato: Lazy bones presenta qualcuno che è stanco di una certa situazione e sembra voler trovare solo un momento di pace nella sua mente: la dedicherei all’attuale non buono stato di BJ. Alcuni versi sono calzano a pennello: I don’t want your sympathy, I don’t want your honesty/I just want to get some peace of mind/It’s only in my head, as I roll over and play dead/I don’t want to hear it anymore. L’accoppiata Stop When The Red Lights Flash + Lazy bones funziona alla grande. Il 5° brano, Wild one, mi sembra invece un pò debole: ha un ritmo troppo lento e ripetitivo. Molto meglio la seguente Makeout Party che ci riporta ai fasti del passato, ricordando Welcome to Paradise con un gran finale di basso in cui Mike dà il meglio di sé: sicuramente una delle migliori dell’album.

Stray Heart è il primo singolo estratto, di cui avrete già visto il video. Canzone super retrò i cui accordi richiamano (e tributano) palesemente il ritmo di A Town Called Malice (Billy Elliott!) e anche la celeberrima You can’t hurry love. Ci aggiungerei anche la somiglianza “stray heart… Stray Cats” per un brano davvero molto orecchiabile, che si incastra benissimo a questo punto dell’album, prima che arrivi forse il miglior brano del cd, Ashley. Ottimo lavoro di batteria e coretti di sottofondo in pieno stile Green Day, 2.50 di sano rock e finale secco senza troppi fronzoli: cosa chiedere di più? Beh, che magari ci sia un altro brano così valido nell’album.

Detto fatto: l’orecchiabile Baby Eyes che mi ricorda una versione di Christian’s Inferno un pò più melodica, con tanto di testo “distruttivo”: “I am the motor in your crashing car/the bullet in your magazine” ma soprattutto “The cherub in the Arab spring”, arriva il momento di Lady Cobra. Ancora una gran batteria e un BJ arrabbiato e urlante: brano veloce il cui titolo ha lo scopo di introdurre la canzone seguente, Nightlife, in cui canta anche la suddetta vera Lady Cobra, che sarebbe la lead singer nonché rapper di una band a me sconosciuta chiamata “Mystic Knights of the Cobra“.

Nightlife è un pò…. boh. Non saprei come definirla: già alcune recensioni le hanno attribuito la Palma d’Oro come canzone che non dovrebbe essere mai stata scritta. Il motivo? Beh, l’incursione nel rap/r’n’b dei Green Day non sembra molto riuscita, diciamo. I GD avevano già fatto una specie di spin-off in ¡Uno! con Kill the DJ, e anche qui i commenti sono stati piuttosto eterogenei. Idem per Nightlife: a parole mie, direi che sembra la musica che descrive perfettamente lo stato di quando si ha bevuto troppo in una serata in discoteca o altro locale: voce camuffata di BJ, risate e suoni poco distinti nel sottofondo. Apprezzabile il giro di basso, ma questa dubito che possa diventare interessante in versione live, come potrebbe essere invece per Kill the DJ. Vedremo.

Mi permetto una piccola parentesi, fuori tema. Quando guardo i video su youtube, mi piace leggere i commenti espressi dagli utenti, e su questa canzone ne ho trovato un interessante, che riporto. “Still undecided about this one. But look, having a guest rapper isn’t selling out. It’s experimenting. If it were Nicki Minaj, THAT would be selling out”. Io spero di non vedere mai un video Green Day ft. Nicki Minaj!!!!

Tornando a ¡Dos!, la penultima song è Wow, that’s loud!. Anche qui un tributo ai mostri sacri del rock: l’inizio è particolarmente simile a My generation degli Who, brano che I GD hanno piazzato nel loro secondo lavoro, Kerplunk! Stile un pò diverso dal resto dell’album con poco testo e molto spazio lasciato agli strumenti.

Si conclude con Amy, dedicata alla defunta Winehouse. Anche qui i GD tirano fuori dal cilindro ancora un’incursione in un altro genere. Un brano che sembra jazz (sono pronto a ricevere il fitto lancio di patate, verdure e pomodori che arriverà dopo aver detto tale cosa!) e che molti descrivono come la nuova Good riddance. Lo stile è molto diverso, ma anche qui sentimenti e l’affetto hanno un ruolo molto importante, come la memoria del passato citata in GR.

Dunque, è ora di concludere e tirare le somme di questa seconda parte della trilogia. ¡Dos! ha il grande pregio di essere orecchiabile e di non stancare mai, grazie alla sua varietà di scelte stilistiche che, seppur declinate in modo differente nei diversi brani, si rifanno, strizzano l’occhio, danno il tributo o addirittura attingono a piene mani da canzoni del passato, in particolar modo dacendo riferimento allo stile anni ’70. Una caratteristica che i GD ormai ci hanno fatto conoscere ben bene nei loro ultimi capitoli e che hanno palesemente dimostrato con il side-project Foxboro Hot-Tubs Se vi piace lo stile retrò aggiornato, a suo modo, ad oggi, non resterete delusi.

ashley by paolo gianfrate

Recensione “¡Uno!”, Green Day


¡Uno!”, “¡Dos!”, “¡Tré!” sono i nomi dei rispettivi tre album dei Green Day che usciranno a breve distanza uno dall’altro (settembre, novembre 2012 e gennaio 2013). Oggi è il giorno della recensione di ¡Uno!, il primo lavoro uscito dopo l’ultimo “21st century breakdown” del 2009 di cui trovate una mia recensione qui.

Quando ho saputo di tale trilogia (parlo dei primi mesi del 2011), sono rimasto abbastanza sorpreso: tra American Idiot e 21st century breakdown erano passati ben 5 anni e l’ultimo concerto che avevo visto era datato 2010, quindi la prima cosa che ho pensato è stata “bene, dovrò aspettare meno del previsto per vederli live!”. Purtroppo però i GD non hanno suonato a Bologna e quindi mi toccherà contare i giorni fino all’annuncio delle date 2013. Tra l’altro, sarebbe stata una ghiotta occasione per sentire qualcosa dal vivo in prima persona prima dell’uscita del disco.

Prima di passare alla recensione vera e propria colgo l’occasione per fare un’introduzione. Qualcosa di interessante si poteva già sentire a fine 2011, quando su youtube sono apparse diverse registrazioni di un concerto dei Green Day al locale Red 7 di Austin in Texas (17-11-2011). La qualità purtroppo era pessima, ma si poteva intuire già uno stile tipo Foxboro Hot Tubs e pre-American Idiot: 23 canzoni in un mix di nuovi brani e qualche vecchia conoscenza. Se vi può interessare, trovate qui buona parte del concerto, anche se l’audio lascia abbastanza a desiderare.

Tra agosto e settembre 2012, poi, si sono susseguite diverse anteprime, singoli, video e cover su youtube riguardanti ¡Uno! che hanno trasformato la mia sorpresa in qualche dubbio: l’ascolto del primo singolo e la visione del relativo video (Oh Love) non mi avevano convinto molto. OK, non bisogna giudicare da un video e da una singola canzone, ma il pezzo mi sembrava deboluccio come primo singolo (e, effettivamente, lo è, se confrontato con gli altri brani dell’album) e il relativo video aveva un’inizio da soft-core che non è esattamente ciò a cui i GD ci hanno abituato, e neanche Sam Bayer, a dirla tutta. Fortunatamente pochi giorni dopo “Let yourself go” mi ha tirato su un pò il morale. Anzi, dire “un pò” è riduttivo, visto che è poi si è rivelato il brano più veloce del CD e forse anche il brano migliore!

Così, per saperne sempre di più e volendo chiarirmi le idee su cosa stessero combinando i GD, un pò di tempo fa avevo ceduto alla curiosità e mi ero messo a cercare (ancora su youtube) qualcosa di interessante e significativo, nella segreta speranza di avere qualche riscontro. La ricerca è stata piuttosto soddisfacente: alla voce “live at echoplex green day” si poteva avere un’anteprima piuttosto succosa in versione live, registrata da fan vari durante uno show dell’8/06/2012 a Los Angeles, e pure con un audio decente rispetto al suddetto Red Seven. Il 13 settembre ho letto la review di Rollingstone.com, che mi sembrava molto positiva e poi, come tutti ben saprete, lo show dell’iHeart radio (del 22 settembre) ha contribuito a far parlare dei GD e di Billie Joe in particolare.

Ma passiamo alla mia recensione dell’ultima fatica del trio californiano. ¡Uno! è dunque il primo di tre album che, a detta di Billie Joe, “saranno come la musica di un party, o meglio, ¡Uno! è la preparazione;¡Dos! è la festa e ¡Tré! l’after-party”. Il CD presenta 12 tracce per circa 42 minuti di musica, meno di American Idiot (58 minuti) e di 21st (ben 70) con la seguente track-list:

1. Nuclear Family
2. Stay The Night
3. Carpe Diem
4. Let Yourself Go
5. Kill The DJ
6. Fell For You
7. Loss Of Control
8. Troublemaker
9. Angel Blue
10. Sweet 16
11. Rusty James
12. Oh Love

L’inizio è particolarmente chiaro con Nuclear Family e Stay the night: c’è poco da spartire con i due precedenti lavori. La prima sembra proprio un conto alla rovescia all’inizio di un “nuovo” modo di suonare, un cambio di genere dai precedenti due album (I said/Ten, nine, eight, seven, six, five/, four, three/5-4-3-2-1). Qui non ci sono troppe sovraincisioni, cori, coretti, ma pochi fronzoli e una linea di basso-batteria che accomuna quasi tutti i brani. Ma sopratttutto niente impegno politico a profusione: un lavoro piuttosto “disimpegnato“, divertente e ben fatto: un classico punk-pop-rock dai testi abbastanza semplici che richiamano tematiche degli album pre-Idiot, quasi fosse una sorta di ritorno alle origini al sound orecchiabile di Nimrod e, più vagamente, di Warning. Quest’ultimo album è, per esempio, particolarmente richiamato nelle ultime canzoni Rusty James e Sweet 16, che tra l’altro ha lo stesso titolo una canzone di Billy Idol, artista che i GD hanno coverizzato più volte con “Dancing with myself”.

A proposito di tematiche poco impegnate politicamente, la seconda canzone Stay the night viene dedicata ai sentimenti per la ragazza di turno, recitando “I’m just sick and tired of feeling so alone/Well, I don’t understand the point if you got to go home/why won’t you stay and cure the circles round my eyes/and we can watch the stars until the sun begins to rise“… chi ha detto 1,039 e Kerplunk? A che vi ho sentiti!

Per rimanere in tema, si prosegue poi con una vera e propria dichiarazione d’intenti, Carpe Diem, il cui ritornello recita “Carpe Diem, A battle Cry/Aren’t we all too young to die/Ask a reason and No reply/Aren’t we all too young to die“, che suona un pò Cheap Trick (Surrender, ancora, coverizzata dai GD in diverse occasioni [e, permettetemi, che versione!]). E poi, Fell For You, con le sensazioni della cotta adolescenziale (esagero?) “Had a dream that I kissed your lips/And it felt so true/Then I woke up as a nervous wreck/And I fell for you”.

Dopo Carpe Diem, è il momento di Let Yourself Go, uno dei pezzi migliori dell’album. Veloce, punk, incazzato. Cosa chiedere di più? I primi due versi sono il biglietto da visita: Shut your mouth ’cause you’re talking too much/And I don’t give a fuck anyway!!!. Non vedo l’ora di vederla live (di persona). Segue, e non posso non dedicarci una parentesi, Kill The DJ, l’ultimo singolo uscito e trasmesso per radio in questi giorni. Il brano all’inizio mi sembrava bruttino ma poi l’ho rivalutato, merito del ritmo ipnotico e della misteriosità del testo, in cui sembra che il trio abbia nascosto qualche critica (alla chiesa? alla società che ti usa e ti butta? non è chiaro). Anche qui devo dire che il video mi ha lasciato abbastanza sorpreso, nonché la ripetuta trasmissione in radio, insieme a Oh Love, cosa che non era successa per nessun brano all’uscita di 21st century breakdown. Beh Know your enemy, era il singolo di lancio, ma comunque trasmesso in maniera meno “massiva“, diciamo. Discorso ben diverso per il singolo 21 guns che si sentiva in ogni dove a ogni ora, ma non all’uscita dell’album, bensì in concomitanza del lancio  dello spettacolo teatrale di American Idiot. Ritornando alla track-list, Oh Love conclude questo primo assaggio della trilogia: un brano, messo infine al disco, che secondo me lascia un pò il tempo che trova: mi sembra più una pausa tra questo album e il prossimo in uscita a novembre.

Concludendo, ¡Uno!, ha secondo me ha il gran pregio di essere molto diretto, semplice e “spensierato“, con alcuni pezzi forti (Let Yourself Go, Stay the night [consigliatissima la versione a Reading di pochi giorni fa], e Angel Blue che vi lascio scoprire senza dilungarmi): un lavoro fresco che torna ai vecchi GD dopo i precedenti album impegnati (per contenuti e arrangiamenti vari). Un lavoro che i fan di lunga data non potranno non apprezzare e che potrà far riscoprire ai fan “dell’ultima ora” (quelli dall’Idiot in poi) un sound meno articolato e più easy.

Qualche critica? Quella che si può fare maggiormente è che forse può sembrare un lavoro troppo leggero e non molto ricco di idee. Io dico che non si può pretendere che ogni nuovo album sia un capolavoro come American Idiot (e intendo tutto l’album, non la singola canzone). Inoltre, manca di una ballata o comunque uno o due lenti per prendere un pò di fiato tra una canzone e l’altra. Anche la copertina non è che mi esalti molto… ma si sa, i Green Day danno il loro meglio live (iHeart radio a parte, mi sa!)

Ultima cosa, dal mio punto di vista, se questo è il pre-show… come sarà ¡Dos!? Le premesse per sentire ancora un sano punk-rock ci sono tutte!

uno!
Eccovi “Uno!” in versione vinile, a lato del mostro sacro Bob Dylan e il suo nuovo album “Tempest”. Notare anche gli altri capolavori sottostanti.

***Per ALTRI PUNTI DI VISTA CRITICI, potete leggere la pagina dedicata ad ¡Uno! su wikipedia inglese, a questo indirizzo: trovate un paragrafo (Critical reception) dedicato alle recensioni dei maggiori magazine musicali inglesi e americani***

I-day 2012 gallery


Come avrete già saputo, ieri sera si è tenuta la 12° edizione dell’Indipendent-day Festival. Saprete anche che dovevano esserci i Green Day come headliners, e che non hanno suonato perché il cantante Billie Joe Armstrong è stato ricoverato all’ospedale a causa di forti dolori addominali. Ovviamente io c’ero da bravo fan dei Green Day, che non ho visto per la seconda volta dopo il nubifragio del 2010.

Intanto beccatevi la gallery dei gruppi che ho sono riuscito a vedere ieri: All Time Low, Angels & Airwaves e Social Distortion. Non ho visto, dunque, i Kooks e i Green Day: per una mini-recensione vi rimando ai prossimi post.